Relazione
June 4, 2007
Recensione del libro: Nei colori del giorno, di Peter Handke
Nei colori del giorno è sicuramente un libro di difficile collocazione. Come è scritto nel retro copertina è un’opera a mezza strada tra il saggio e l’autobiografia; sembra quasi che l’autore abbia iniziato con l’intenzione di scrivere un saggio, e sia finito col lasciarsi trasportare dalle sensazioni che provava durante la stesura della sua opera. Questa ipotesi traspare anche dal fatto che molto spesso i paragrafi iniziano con un discorso di senso compiuto, e man mano che procedono diventano un fluire di pensieri che l’autore scrive senza quasi considerare la futura fruizione da parte di un lettore.
Molto spesso i verbi, le parole e gli aggettivi che egli usa sono estremamente personali, e appartengono a una dimensione estremamente intima dell’autore, difatti molte volte risultano agli occhi del lettore di difficile comprensione. Nonostante questi aspetti che sicuramente rendono questo libro di non facile lettura, l’opera in se contiene moltissimi spunti interessanti, sia per aspetti tecnico-artistici carattere artistico, sia per la semplice osservazione della natura delle cose.
All’inizio la cosa che colpisce di più il lettore è questa dimensione che l’autore ha con la natura di totale accondiscendenza: l’apprezzare, anzi il venerare la natura con i suoi colori e le sue forme viene descritto dall’autore come un vero e proprio rito d’iniziazione che avviene attraverso una metamorfosi della percezione.
La metamorfosi avviene in maniera inconscia secondo Handke nel momento in cui la natura nella sua spazialità diventa l’unico luogo dove “si è” veramente, così l’autore stesso condivide con noi questo suo percorso
L’uomo che ero divenne adulto e al tempo stesso spinto da un gran desiderio di mettersi in ginocchio o di giacere con la faccia a terra, e di essere nessuno nel tutto. La metamorfosi fu naturale (…) Solo fuori nei colori del giorno io sono.
Da questa descrizione dello stato d’animo che pervade l’autore nasce una riflessione sul come ci si pone di fronte agli eventi, alle cose. L’aspetto più evidente è la predisposizione, molto spesso indotta nell’autore, a fermarsi non solo a guardare le cose, ma soprattutto a osservarle; il che significa superare l’aspetto che comunemente si giudicherebbe, ed arrivare ad una ricerca visiva più profonda.
Handke a conferma di ciò parla anche di diversi artisti tra pittori, filosofi e poeti, primo tra tutti Cézanne e le sue opere dedicate alla Sainte-Victoire, celeberrimo monte della provenza che Handke scopre percorrendone i sentieri più affascinanti. Quest’ambientazione viene suggestivamente descritta dall’autore in diverse pari del libro.
Inoltre sempre parlando di Cézanne e delle sue opere Handke fa una riflessione estremamente affascinante in cui afferma
Le opere di Cézanne sono dunque dei messaggi? Per me sono proposte (…) Cosa mi propongono? Che abbiamo appunto l’effetto di proposte, ecco il loro segreto.
Di spunti di riflessione legati alla visone delle cose, ma non solo, ce ne sono davvero moltissimi, e nonostante spesso ci si trovi davanti a divagazioni che sembrano flussi di coscienza più che proposte di discussione.
In conclusione questo libro fa trsparire più di ogni altra cosa la ricchezza che l’autore ritiene di acquisire dall’attenta osservazione del mondo e delle sue mille sfaccettature.
A sera guardai poi da un ponte stradale in perferia la tangenziale di sotto, che si mostrava in mobili colori dorati; e anche oggi mi sembra ragionevole la mia rieìflessione di allora: che uno come Goethe avrebbe dovuto invidiarmi perché vivo adesso, alla fine del 20° secolo.
Sicuramente una frase come questa suscita nel lettore una voglia di confermare questa tesi, e di avvicinarsi alle cose in maniera nuova e del tutto incondizionata, per cogliere e apprezzare a pieno le tante sugestioni che il mondo, e soprattutto il mondo contemporaneo, può offrirci.